Sono dimagrita, adesso parliamone

*questo articolo non è scritto con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.

Negli ultimi due anni molte persone mi hanno chiesto come abbia fatto a perdere molti chili. Ho sempre risposto in modo piuttosto evasivo. E ho sempre detto che ne avrei parlato senza fretta, con i tempi giusti. Cioè i miei, perché il rapporto con il proprio corpo è qualcosa di molto delicato e di molto personale.

Mi sono presa del tempo perché volevo chiarire anche a me stessa, con precisione, cosa mi avesse portato fin qui. La vanità? L’esigenza professionale o personale di un’immagine diversa? La sfida con gli anni che passano?

Anche, forse. Ma non è così che inizia la mia storia.

La verità è che il pensiero del dimagrimento non è cominciato davanti allo specchio, né perché non entravo più nei jeans (che poi sono pure la mia cosa preferita, quindi sì, era un dolore). È cominciato quando il mio corpo ha iniziato a impedirmi di fare bene come prima una cosa che amavo: viaggiare.

Il mio racconto di questo cambiamento comincia proprio in Colombia, con 740 gradini, un alibi chiamato Long Covid e, poco dopo, un cavallo completamente pazzo. So che detta così sembra un incipit strano o romanzato, ma fidatevi di me. È la mia vita.

Da lì, un anno di stallo, di rimandi e di negazione. Poi, alla soglia dei 50 anni, sono arrivate due cose: il punto più basso (io devo sempre arrivarci per poi dare il meglio, ahimè) e la svolta.

Vi avverto. Non ho intenzione di raccontarvi una favola sul potere della volontà, perché la volontà è solo uno dei molti ingredienti, spesso risente dei tempi sbagliati e non è neppure quello decisivo. Non vi dirò che è bastato “mangiare meno e muovermi di più”, non userò parole come detox, non ho mai fotografato ciotole di semi davanti a una finestra luminosa e non fingerò che i farmaci non siano esistiti per rendere la storia più nobile e vendibile. Ma questa, vi stupirò, non è neppure una storia di farmaci miracolosi.

Racconterò tutto, o quasi.

Lo farò attraverso una serie di articoli che poi diventeranno una sorta di “ebook a capitoli” e due puntate dedicate del mio videopodcast. Parlerò di fatti, di abitudini alimentari e di stile di vita, di compromessi con quello che riesco a impormi e con quello su cui ho deciso di allentare le briglie.

In questi due anni mi sono chiesta anche quanto spazio ci sia, nella mia scelta, per la libertà e quanto per la pressione sociale. Parlerò anche di questo, sperando di liberarmi di alcune ipocrisie del passato.

Infine aprirò un lungo capitolo sull’uso dei farmaci per dimagrire, sulle accuse di prendere scorciatoie, sul perché qualcuno pretende che per dimagrire si debba soffrire e che la sofferenza sia la prova morale del risultato. Credo che manchi un racconto autobiografico equilibrato sul tema, spero che il mio riesca nel difficile intento di essere onesto fino in fondo.

Ve lo dico chiaramente, e su questo intendo essere quanto più netta possibile: questa è la mia esperienza e non voglio vendervela come quella del mio successo, perchè dimagrire in maniera sana non ha nulla a che fare con i risultati e col successo, ma molto più con quello che si comprende di sé, prima del risultato e soprattutto dopo. Non vi racconto questa storia con la solita formuletta ipocrita “la scrivo perché possa aiutare qualcuno a fare lo stesso”. Fate ciò che volete. Per me, in effetti, tutto ha inizio proprio perché non riuscivo più a farlo, ciò che desideravo.

Sarà il racconto nudo di quello che ho fatto, del perché l’ho fatto e di ciò che ho capito strada facendo. Magari qualche volta vi farò anche ridere, ma questa è soprattutto una storia molto seria.

La prima puntata di questo lungo racconto tra il personale e il giornalistico comincia in Colombia davanti a un monolite che pareva caduto dallo spazio, il giorno in cui ho scoperto di essere diventata troppo pesante per la vita che volevo continuare a vivere.


Eccola.


Capitolo 1: non posso più fare quello che mi piace

8 agosto 2023. Colombia, Piedra del Peñol.

Io e Lorenzo abbiamo visto l’immagine di quel monolite centinaia di volte su Instagram. La sua forma è quella di un panettone irregolare, con una scalinata a zigzag che crea uno strano effetto visivo, sembra quasi una roccia ferita, tagliata profondamente, e poi ricucita alla buona da un chirurgo inesperto, frettoloso.

So che i gradini sono 740, tanti, ma non sono spaventata. Ho già affrontato i 999 della Porta del Paradiso in Cina, i 777 del Monte Popa in Myanmar, qualcosa come 200 volte quelli di casa nell’ultimo trasloco, quindi sento di avere il controllo della fatica e i quadricipiti brillanti. Sì, non faccio sport da un po’, ho accumulato parecchi chili negli ultimi 6-7 anni, ma che sarà mai. E poi c’è una folla di turisti in fila che sale su, non sembrano tutti Messner, ci sono persone che avranno trent’anni più di me, gente in infradito e bambini di forse 6 anni.

Quindi mi metto in fila e sorrido. Lorenzo è teso, non gli piace guardare il mondo dall’alto, lo prendo un po’ in giro, dico cose tipo “anche io il mondo preferisco guardarlo di sbieco, come sempre, ma ci piacerà, la vallata di Guatapé è bellissima”.

Arriva il momento di salire e partiamo spediti affrontando l’ascesa con ottimismo.

‘Ooooh, quaranta!’


Uno, due, tre, quattro, cinque gradini, forse arrivo a 10 (i ricordi sono generosi, talvolta) e mi blocco. Ho il fiatone. Ok, fa caldo, mi fermo un attimo. Riparto, faccio cinque gradini e mi riblocco. Ho il fiatone di un fumatore decennale di Marlboro rosse e non ho mai fumato nella vita. Mi aggrappo al corrimano come se in quella presa ci fosse un nucleo energetico che mi ricarica come la scopa Dyson. Lorenzo mi guarda basito, non capisce cosa mi stia capitando.

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